Il Dipinto di Melara - La Madonna del Lume di Melara

La Madonna del Lume di Melara
A cura di Mariadele Orioli e Fausto Soffiatti
Vai ai contenuti

Menu principale:

IL DIPINTO DI MELARA

Le varie ricerche di cui siamo venuti a conoscenza confermerebbero la tesi di Savino Chiavegatti il quale, in base ai suoi lunghi approfonditi studi, conclude che il modello primo delle innumerevoli copie sparse per il mondo sia quasi certamente l'Immagine della Madonna del Lume che si trova nella chiesa di Melara (Rovigo).
La pala della Madre SS. dell’Eterno Lume di Melara è una tela con la base di cm.177 e l’altezza di cm.249,5. Le due misure non sono casuali, ma legate da un rapporto: l’altezza è lunga quanto la diagonale del quadrato costruito sulla base. Rapporto, questo, di stampo classico, che si riscontra spesso anche nel Botticelli (e ciò, insieme allo stile artistico, ha portato il Chiavegatti ad ipotizzare che la Sacra Immagine potesse essere stata dipinta dallo stesso Botticelli o da un pittore della sua scuola).
Il dipinto è realizzato ad olio.
La scena è dominata dalla grande figura della Vergine che, in un cielo coperto di nubi, irradia luce su ciò che la circonda: l’anima dell’opera è soprattutto la luce.
L’intera scena, superato il turbamento che vorrebbe ancorarla alle tenebre dell’angolo sinistro della tela, sale poi a galleggiare sempre più nella luce. Nell’angolo inferiore sinistro, infatti, la mostruosa testa di un essere feroce che sta tra l’umano e il bestiale, con le fauci spalancate e i denti aguzzi, rappresenta il demonio, l’inferno, il male. Il mostro spaventoso è rappresentato soltanto nella testa, sede dell’intelligenza umana; il resto del corpo pare oltrepassare la cornice per espandersi invisibilmente e pericolosamente, nel tentativo di avvolgere anche chi guarda nelle sue spire serpeggianti. Da questo angolo tenebroso si estende una base di nubi fosche e indefinite, che rappresentano l’opacità e l’inconsistenza fumosa del mondo.
Il mostro sta per addentare un “Giovane Ignudo”, come lo definisce Savino Chiavegatti, coperto appena da un lenzuolo che gli avvolge il bacino e il braccio destro. Il suo corpo sinuoso è una massa di colore che rappresenta la nostra umanità, la fragilità della nostra carne; il suo sguardo perplesso e triste rappresenta i nostri occhi smarriti. Il giovane ha un piede nelle fauci del mostro e un altro fuori. Sul suo volto non appare né angoscia né spavento, anche se sotto di lui l’inferno è pronto ad inghiottirlo: la Vergine lo sta salvando, e il giovane non può avere paura.
La Madre della Luce poggia i piedi sul capo di due Angeli che emergono dalle nubi del mondo. Verso l’alto queste nubi si diradano sempre più e si illuminano. Oltre il capo della Vergine le nubi diventano luce e fanno emergere volti di Angeli .
Maestosamente umile e alta, la Vergine illumina tutta la scena, e si mostra come Colei che sola può offrirci a Cristo. La bellezza del suo volto diafano, senza colori e tutto luce, è soavissima; le sue labbra accennano a un sorriso che conforta e nasconde parole di incoraggiamento che ognuno che “ascolta” può sentire rivolte esclusivamente a sé; il suo sguardo penetra nel cuore e vi legge i recessi più nascosti, la nostra vita più profonda.
La veste della Vergine è candida, quasi lucente, cinta da una cintura tempestata di rubini e di zaffiri.
Un mantello turchino avvolge la figura di Maria riflettendone la luce nelle pieghe fluttuanti. Incorporea e luminosa, ci appare veramente come la “Donna vestita di sole” dell’Apocalisse.
Due Angeli reggono alta sul capo della Vergine una corona regale.
Più in alto, nel cielo, appare il cerchio delle dodici stelle.
Appoggiato al braccio sinistro della Madre è il Santo Bambino, il cui volto, quasi trasparente, sembra impastato di luce. Egli tiene un cuore fiammeggiante in entrambe le mani.
Inginocchiato ai piedi del Bambino c’è un Angelo, che solleva un piccolo cesto colmo di cuori infuocati.
Il Bambino tende il braccio sinistro verso il cestello, per deporvi il cuore che sta tenendo in mano, anche questo ardente.
L’Angelo è ancora inginocchiato, ma vi si sente quasi il fremito di un movimento: sembra che stia per sollevarsi in volo, pronto a portare al Padre il cesto dei cuori.
Ogni riferimento di spazio e di tempo sembra superato. Non vi sono distrazioni: nessun paesaggio, nessun particolare ambientale, nemmeno la nostra terra è tratteggiata come tale. Questo simbolismo profondo, questa essenzialità dei soggetti proietta il cuore oltre i limiti del mondo ed esalta al massimo la solennità del messaggio divino.
L’angoscioso senso di pericolo rappresentato nell’angolo di sinistra si trasforma in malinconia struggente nell’abbandono del giovane all’aiuto della Vergine, esplode nella luce che irradia dalla Madre del Lume e inonda la scena di pace e forza spirituale.
Possiamo veramente dar ragione al Chiavegatti quando sostiene che questo dipinto appare come “non fatto da mano d’uomo”, proprio come avvenne per alcune antiche icone (icone “acheropite”), o che almeno sia stato ispirato dall’alto, come avviene per tutte le icone, che sono la Parola di Dio tradotta in linee e colori, sono la Bibbia offerta dalla Chiesa primitiva anche agli analfabeti. Anche il Dipinto della Madonna del Lume “si legge”, proprio come si legge un’icona. Le icone infatti “si scrivono” per comunicare il messaggio della fede della Chiesa, e non “si dipingono” come i quadri religiosi: mentre i quadri religiosi sono espressioni personali della sensibilità dell’artista, le icone contengono la “presenza” di chi vi è rappresentato e comunicano le verità della fede, perciò devono essere “scritte” secondo i canoni fissati dalla Chiesa, e devono essere approvate dalla Chiesa, perché potrebbero trasmettere messaggi non veritieri, quindi potrebbero essere eretiche. Il messaggio dell’icona non viene filtrato da ragionamenti, ma penetra direttamente nel cuore di chi la contempla, e la sua forza spirituale ricolma l’essere. Non occorre essere colti per “comprendere” un’icona: basta avere il cuore umilmente aperto, perché è il cuore che “legge” l’icona, non la ragione.
Il Dipinto della Madonna “si legge” da sinistra a destra, seguendo una traiettoria piramidale: dalla tenebra del male in cui è avvolto il mondo si sale all’immagine del giovane che ci rappresenta tutti, salvato dalla Madre della Luce. Seguendo il braccio della Madonna che porta alla salvezza, si sale sempre più verso la luce, fino al volto splendente di Maria, avvolto in un mare di luce e irradiante esso stesso luce: è la luce del Figlio che, levitante sul braccio sinistro della Madre, concentra in Sé il riferimento di tutta la scena, e cioè il cesto dei cuori sostenuto dall’Angelo. Scendendo sul lato destro del dipinto, attraverso la figura dell’Angelo si torna a una terra salvata, custodita dagli Angeli, e sulla quale poggiano i piedi della Madre.
Così l’unità della scena non è data soltanto dall’armonia dei volumi e dei colori che si stemperano nella luce, ma soprattutto dal legame intimo che intreccia le figure e crea una mistica successione di immagini, che dispone l’animo alla contemplazione.
Il Dipinto non è firmato, come non sono firmate le icone, perché Autore di ogni icona non è la persona che l’ha “scritta”, ma lo Spirito Santo che l’ha ispirata.
Come un’icona, nemmeno questo Dipinto poteva essere “firmato”, dal momento che la mano del pittore era stata guidata dalla Madonna.
Come un’icona, questo Dipinto “parla” direttamente all’anima senza aver bisogno di spiegazioni e interpretazioni razionali; come un’icona comunica a chi lo contempla lo Spirito che lo ha suggerito e che lo anima; la forza della divina Presenza investe l’essere di chi prega, e la potenza della Luce divina, trasmessa attraverso l’Immagine, concede grazie spirituali e corporali, ma soprattutto suscita la conversione del cuore.


 
 
Torna ai contenuti | Torna al menu